La Veterinaria Antica e Medievale testi

  L’applicazione di principi della medicina umana agli equini non deve stupire, soprattutto nel momento in cui il cavallo diventa, nella Grecia di età classica, uno strumento difficil- mente sostituibile, non solo come specie in sé, ma come singolo ani-

  ODRÌGUEZ

  AROFALO

  (pp. 27- 35) alle motivazione e alle meto- dologie presentate da Galeno per il suo studio, peraltro molto limitato, sugli animali, il trattato De Taxone presentato nel contributo di A

  RSENIO

  F

  ERRACES

  R

  , che si occu- pa delle proprietà magiche di varie parti del corpo del tasso, e l’analisi del De Mortibus Boum di Endelechio condotta da M

  VAN

  A R I A

  R

  O S A R I A

  P

  E

  (pp. 243-258), che, avendo come argomento un testo poetico e non un trattato, si discosta in parte dalla tipologia testuale più comune- mente analizzata nel volume.

  G

  , Lumières Internationales, Lugano 2009 (Biblio- teca di Sileno 2), pp. 543. durre il lettore in un argomento va- sto, complesso e generalmente poco conosciuto. Sono gli animali che più strettamente vivono a contatto con gli uomini ad attrarre, come è facil- mente immaginabile, l’attenzione de- gli studiosi di veterinaria antica: gli equidi in generale, meno frequente- mente gli animali da allevamento e, nel Medioevo, cani e falconi, entrambi connessi all’attività venatoria. Non deve dunque sorprendere che, all’in- terno della miscellanea, solo tre arti- coli non siano strettamente collegati all’ambito equino: la generale intro- duzione di I

  Recensioni

  do Convegno internazionale di vete- rinaria antica, tenutosi a Catania nel 2007; a differenza di quanto avve- nuto a Brest nel 2004, in occasione del primo Convegno internazionale concernente tali studi, in questo se- condo incontro si segnala, come no- vità di maggior rilievo, l’apertura della tematica al periodo medievale e alle opere conservate in volgariz- zamenti romanzi, che sono compre- se nell’ultima parte del volume pre- sentato. La novità è certamente di rilievo e risulta molto promettente per il proseguimento di questa parti- colare branca di studi, in quanto, come osservano i curatori in aper- tura, la trasmissione nelle lingue ro- manze rappresenta la chiave di vol- ta per la comprensione dei testi tar- do-antichi connessi con il tema della veterinaria, spesso mal conservati e ricchi di termini di difficile compren- sione.

  M. R. P

  RTOLEVA E

  O

  

La Veterinaria Antica e Medievale: testi greci, latini, arabi e romanzi , a cura di V.

  Il volume La Veterinaria Antica e

  Medievale raccoglie gli atti del secon-

  ETRINGA

  • TRINGA

  A

  ARCELLO

  La miscellanea è in gran parte de- dicata all’ippiatria, che ha quasi esclu- sivamente convogliato su di sé l’in- teresse per la veterinaria dell’Antichi- tà e del Medioevo, come osserva M

  PRILE

  tichità e il Medioevo (pp. 323-388), che

  forse avrebbe potuto aprire il volu- me in considerazione della sua ac- cessibilità anche per i non addetti ai lavori e per la sua capacità di intro-

  nel suo ampio ed esaustivo articolo L’Ippiatria tra l’An- male. Come dimostra E

  NRICO

  L

  EO

  • NE

  (pp. 207-223) nella sua puntuale ricostruzione dell’evoluzione della cavalleria dal mondo vicino-orienta- le al mondo greco, il ricorso a nuove tecniche militari di utilizzo del cavallo in Grecia nel V sec. a.C. ha reso ne- cessaria una maggior considerazio- ne della salute degli equini, in virtù del maggior addestramento richiesto e della comprensione dell’esistenza di caratteristiche individuali, e dunque difficilmente sostituibili, tipiche di ogni singolo elemento, dando origi- ne, probabilmente, alla pratica ippiatrica. Strumenti come le pesan- ti imboccature vicino-orientali, in grado di ledere i tessuti molli del- l’animale, o la museruola bassa che costringe il cavallo per soffocamen- to, noti da dati archeologici e iconografici, indicano uno scarso addestramento dell’animale e un suo utilizzo ben al di sotto delle sue pos- sibilità: il cavallo è costretto mecca- nicamente a sottomettersi all’uomo anche a discapito della sua salute e della sua velocità sul campo, che non è però necessaria laddove si richiede al cavallo di guidare un carro che non potrebbe comunque accedere ad alte andature. Solo quando la tattica mi- litare si evolve, prevedendo la pre- senza di cavalli da sella, l’addestra- mento si rivela necessario, come l’uso di strumenti di controllo meno dolo- rosi e più sensibili e si raccomanda un controllo della salute dell’anima- le.

  • M
  • H

  L’ipotesi di una tale antichità della tecnica ippiatrica, certamente affa- scinante e plausibile, non può comun- di ippiatria che ci sono giunti sono tardi, composti generalmente in età Tardo-Antica, benché tutti derivati da opere precedenti, su cui si possono solo avanzare ipotesi e di cui gli esiti successivi rappresentano compendi ed epitomi, secondo una pratica tipi- ca del periodo. Se i testi latini sono riusciti, seppur in poche copie e spes- so malamente, a sopravvivere alla selezione, gli autori greci sono noti solo attraverso estratti o traduzioni successive in compendi che ne ricor- dano nomi e rimedi, a cui si aggiun- ge una notevole imprecisione di al- cune redazioni che ha fatto sospet- tare che i copisti possano aver tra- scritto i codici senza aver compreso il loro significato. Come ricorda A

  NNE

  ARIE

  D

  OYEN

  IGUET (pp.

  55-90), benché non siano note le cir- costanze in cui gli estratti dai princi- pali autori di veterinaria antica, come Apsirto, Anatolio, Eumelo, Teomne- sto, Ippocrate il veterinaio e Ierocle, siano stati rielaborati, essi sono so- pravvissuti in diversi manoscritti, di cui sono note varie redazioni. Le dif- ferenze tra queste riscontrabili, an- che notevoli, dipendono dal caratte- re stesso della trasmissione del sape- re veterinario, una conoscenza che è sempre più avvertita come tecnica e che dunque intende i testi come veri e propri manuali d’uso, da modifica- re a seconda delle esperienze perso- nali del fruitore, che spesso si mo- stra, in particolare in periodo medie- vale, come un tecnico o uno specia- lista della materia. Da questo baga- glio di conoscenze tecniche e prati- che deriva la notevole qualità dei

  • T

  ERONIKA

  La trattazione relativa all’origine delle malattie, generalmente legata alla te- oria umorale, è abbreviata ancora mag gior mente nel fondamentale trattato di Ibn ahi Hizam. L’autore si serve delle tipiche fonti greche del- l’ippiatria, come evidente non solo nella tipologia di mezzi utilizzati per curare gli animali, ma anche nello stile stesso dei rimedi; sebbene, an- cora una volta, si possa comunque notare un apporto personale del sa- pere dell’autore, evidente nell’impie- go di nuovi rimedi provenienti dal mondo arabo, il testo di Ibn ahi Hi- zam permette di far luce sulla com- plessa storia testuale della trattatistica greca, fornendo indicazioni su quel- la che potrebbe essere una parte del- la tradizione persa nell’originale, ma conservata solo nella resa araba.

  (pp. 293- 307), è interessata non solo alla cura del cavallo, ma anche alle sue qualità fisiche, come il riconoscimento dei suoi difetti e delle sue caratteristiche.

  EIDE

  H

  ARTIN

  e M

  OEBEL

  G

  Gli stessi caratteri tecnico-pratici mostrati dalla letteratura latina sono evidenti anche nella produzione ara- ba, che, come mostrano V

  Recensioni

  un’altra modificazione dei testi di veterinaria nel tempo: non soltanto chi riceve un testo può emendarlo, aggiungendo elementi tratti dalla sua pratica personale o modificando una veste linguistica avvertita come trop- po semplice o troppo complessa, ma si nota anche una progressiva tecnicizzazione dei manuali, elemento già evidente nel Tardo-Antico e an- cora più chiaro nel Medioevo. L’ana- lisi comparativa dei testi che riguar- dano la diagnosi e l’eventuale cura dei diversi tipi di lussazione in cui i cavalli possono incorrere consente all’autrice di notare la regressione delle parti di spiegazione anatomica e traumatica a favore di indicazioni tecnico-pratiche, tra cui veri proto- colli di cura, più o meno minuzio- samente spiegati, per l’azione manua- le del veterinario sull’equino. I casi che non possono essere guariti non sono più trattati, mentre le tappe di terapia e guarigione sono, nei testi più tardi, esplicitamente e precisamente indicati; i testi latini, inoltre, si sof- fermano poco sulle causa di un’even- tuale lussazione, ampiamente prese in considerazione dai greci, ma ag- giungono nuove modalità di riduzio- ancora non conoscevano: l’articolo dunque, pur trattando di un argo- mento estremamente specifico, e quindi potenzialmente poco atto alla comprensione dei non addetti ai la- vori, dimostra che la lettura dei testi veterinari è proficua su diversi livel- li, in quanto, ad esempio, evidenzia l’influenza delle nuove culture bar- bariche, apportatrici di nuovi saperi pratici, sulla popolazione latina.

  veterinarii. La réduction des luxations dans les traités vétérinaires antiques riguarda

  nel suo contributo Manus

  A M

  C

  HÉRÈSE

  ARIE

  Una caratteristica notevole, e ben messa in luce da M

  che pur presentando un discreto nu- mero di elementi magici e astrologi- ci, indicano un grado di avanzamen- to delle conoscenze, specialmente a livello botanico e chirurgico, non tra- scurabile.

  L’importanza degli esiti della tra- dente dalla storia dei testi latini tra- smessi nel mondo romanzo: proprio per la continua evoluzione della tec- nica ippiatrica, i rimaneggiamenti e le traduzioni nelle varie lingue ro- manze possono fornire valide infor- mazioni sulle complesse vicende dei più noti testi veterinari medievali. A differenza della trattatistica di epo- ca tardo-imperiale, infatti, che nel Medioevo gode di scarsissima stima, dimostrata dal ridotto numero di ma- noscritti in nostro possesso, si osser- va una diffusione su amplissima sca- la del più noto manuale di mascalcia medievale, composto da Giordano Ruffo attorno al 1250: diversi con- tributi della quarta parte del volume presentato sono relative alle vicende del suo De medicina equorum, testo di cui manca ancora un’edizione criti- ca che restituisca il testo latino, lin- gua in cui si suppone che l’opera sia stata originariamente composta. An- cora una volta, il fondamentale arti- colo di Aprile mette a disposizione dei non specialisti le conoscenze ne- cessarie alla comprensione dei con- tributi tecnici sull’argomento, offren- do da un lato alcuni fondamentali dati sulla composizione dell’opera, tra cui un inquadramento spazio-temporale e una panoramica sul contenuto, dal- l’altro un dettagliato computo sia degli autori che si sono ispirati, in modo più o meno dichiarato e com- pleto, all’opera di questo autore, sia della bibliografia moderna sull’argo- mento. Particolarmente importante per l’inquadramento generale del- l’opera è anche il contributo di S

  ANDRO

  B

  ERTELLI

  (pp. 389-428), che, analisi dei volgarizzamenti toscani del testo di Giordano Ruffo, presen- ta l’opera in generale, sottolineando alcune importanti divergenze tra gli interessi di Ruffo, squisitamente de- dicati ai cavalli nobili, e i trattati più antichi, in cui emerge ancora un in- teresse per gli animali da lavoro, tra cui le altre tipologie di equidi, come asini, muli e bardotti. Bertelli mostra, attraverso l’analisi dei manoscritti toscani del testo del veterinario calabrese, che anche nel Medioevo il copista dell’opera di Ruffo si sente autorizzato a modificare il testo in base alla sua personale esperienza, creando dunque una situazione edi- toriale resa ancora più complessa dalla sovrabbondanza di codici e di volgarizzamenti in varie lingue.

  D’altra parte, proprio questa pe- culiarità della tradizione, e delle corruttele, dell’opera di Ruffo rende quest’ultima di particolare interesse per la storia della lingua, come dimo- strato dal contributo di A

  NTONIO

  M

  ONTINARO

  (pp.471-530), che ana- lizza un volgarizzamento inedito del- l’opera di Ruffo, un codex unicus com- posto a Tunisi nel 1479. Il manoscrit- to di Cola de Jennaro è interessante non solo in se stesso, come rappre- sentante della tradizione della mascal- cia di Ruffo, ma anche per le pecu- liari condizioni della sua composizio- ne: il fatto che un testo in volgare napoletano sia stato composto a Tunisi ha giustamente destato l’inte- resse di Montinaro, che ha dedicato parte del contributo a spiegare per quale motivo, e con quale pubblico, una tale opera sia stata confezionata. Proprio in questo ambito, un pos- sibile aiuto, secondo il suggerimento di McCabe, potrebbe giungere dal- l’utilizzo delle nuove tecnologie: la realizzazione di un’edizione digitale da accompagnare al libro stampato permetterebbe, a seconda delle esi- genze, di consultare gli Hippiatrica come sono stati restituiti dalla loro seppur molto varia tradizione, o i testi di ogni singolo autore ricordato al loro interno, in modo da avere a disposizione agevolmente anche i trattati individuali, un approccio che, in effetti, è stato utilizzato per altri ambiti, ma che potrebbe risultare utile anche per la veterinaria. La pos-

  (pp. 113-122) e di Còzar per il peri- odo tardo-antico. Le principali problematiche messe in luce dai con- tributi sono la già evidenziata ten- denza a modificare il testo tradito in base alla propria esperienza e, per quel che riguarda la trattatistica in lingua greca, lo smembramento del- le opere originali in manuali di con- sultazione.

  N N E

  ISCHER

  F

  IETRICH

  LAUS

  (pp. 39-54), di Doyen- Higuet, di K

  A B E

  C

  C

  M

  (pp. 309-322), che presenta un auto- re, Magister Maurus, spesso autono- mo rispetto a Ruffo, e di A

  Recensioni

  URLER

  H

  ARTINA

  Un tale ausilio non è da trascura- re, come dimostrano numerosi arti- molto spesso i testi antichi e medie- vali di veterinaria presentano delle gravissime difficoltà nella ricostru- zione del testo e molte edizioni criti- che hanno storie travagliate o man- cano completamente, come nel caso della già citata mascalcia di Giordano Ruffo. In questo senso si possono leggere gli inter venti di Coco, di Montinaro e di M

  (pp. 429-470), che nella sua analisi della tradizione relativa al trattato in volgare dello pseudo-Aristotele, si sofferma anche sulle motivazioni sto- riche che possono aver reso neces- saria la composizione dell’opera, sug- gerendo che siano relative alle mo- dalità di compra-vendita degli animali in un momento precedente alla regolamentazione di tale commercio. Anche lo studio del trattato dello pseudo-Aristotele, d’altra parte, è strettamente legato all’analisi lingui- stica, come, d’altra parte, accade per tutti i testi analizzati nei contributi del volume proposto: il testo, infatti, è trasmesso in due diverse versioni , una toscana e una genericamente in- dicata come appartenente alla koiné settentrionale e l’analisi linguistica serve, dunque, anche per garantire la correttezza dello stemma codicum.

  OCO

  C

  LESSANDRA

  Lo studio di questo volgariz- zamento, dunque, offre notevoli ri- svolti culturali e storici, come sotto- lineato anche da A

  te di aggiungere un’importante casel- la al complesso puzzle linguistico del Mediterraneo del XV secolo, in cui appare sempre più probabile l’utiliz- zo dell’italoromanzo a Tunisi, in am- bito politico e commerciale anche tra non italiani. In un tale quadro, Montinaro suggerisce che i possibili fruitori dell’opera di Cola de Jennaro siano dunque molteplici: i numerosi schiavi italiani che si trovano a lavo- rare a Tunisi, ma soprattutto i fun- zionari e i mercanti, di varia origine, che operano nella città.

  • D
particolare autore avrebbe il vantag- gio di una migliore valutazione delle particolarità, specialmente tenendo conto delle diverse condizioni in cui ognuno ha lavorato; d’altra parte, come è stato ampiamente mostrato, i testi a noi pervenuti dei trattati di veterinaria sono stati modificati da- gli editori successivi a tal punto da indurre cautela in considerazione delle estrapolazioni di alcune parti dal loro specifico contesto.

  L’altro fondamentale vantaggio di un’edizione digitale riguarda gli indi- ci: come osserva ancora McCabe, la creazione di un indice completo de- gli Hippiatrica, che comprenda, per esempio, ogni uso di sostanze anche comuni, rischierebbe di rendere il testo poco consultabile. Un’edizione digitale degli indici, invece, permet- terebbe ogni genere di ricerca lessicale, aspetto questo estremamen- te rilevante, tenendo conto della pe- culiarità dei testi ippiatrici. La diffi- coltà di resa terminologica – ma an- che della comprensione stessa – di particolari vocaboli tecnici è, infatti, argomento di una parte consistente dei contributi del volume: la tradu- zione di manuali specialistici, come è facile immaginare, apre il campo a numerose incomprensioni e a veri e propri errori, come nota corretta- mente McCabe, nel riferirsi a un’eventuale e auspicabile tradizio- ne inglese degli Hippiatrica.

  D’altra parte, già anticamente la questione della traduzione doveva essere particolarmente rilevante se, come nota V

  ALÉRIE

  G

  ITTON

  IPOLL

  • R

  (pp. 91-112), nel mondo latino sono ra di Apsirto: quella nota di Chirone e un’altra, opera dello stesso Pela- gonio, in cui i tecnicismi greci sono semplicemente traslitterati, che è ipotizzata dall’autrice nel contributo proposto, secondo la quale, peraltro, nel testo di Pelagonio sarebbero pre- senti anche altre due traduzioni da Apsirto. La traduzione di Pelagonio mostra la difficoltà di traduzione, già per gli antichi, di alcuni termini, tec- nici o tipici del parlato, forse non solo per una cattiva conoscenza del gre- co, ma soprattutto per lo stesso mo- tivo per cui gli autori moderni av- vertono difficoltà di comprensione, cioè per le scarse informazioni for- nite dagli autori: Cam, per esempio, osserva come la ruota, il cui uso è suggerito per la riduzione di lussa- zioni, non è descritta da nessuno de- gli autori latini che ne parla, poiché essendo uno strumento ben familia- re a chi scrive non si sente alcun bi- sogno di aggiungere altre informazio- ni, lasciando dunque nel dubbio il let- tore e l’interprete moderno.

  Che anche gli autori antichi fossero in difficoltà davanti all’interpretazio- ne di alcuni termini tecnici è, d’altra parte, ben espresso anche nel saggio di apertura del volume, Sulla polisemia

  di hippomanes di A NTONINO

  Z

  UMBO (pp.

  17-26): come mostra l’autore, la dif- ficoltà è evidente già nelle opere anti- che, come dimostra un’analisi, con- dotta a partire da Aristotele in poi, del termine hippomanes, che indica, di volta in volta, un umore vaginale del- la cavalla o un’escrescenza della fron- te dei puledri appena nati. Aristotele sostiene che il termine sia corretta- sia in Vegezio. La problematicità delle espressioni non inficia la comprensione genera- le dei testi coinvolti, poiché è comun- que evidente che si sta trattando il caso di un animale che abbia dolore a un arto; rimane, però, assolutamen- te non evidente la natura di tale do-

  pedem planum ponere , presenti sia nella Mulomedicina Chironis

  EDE

  (pp. 153-181), che attraverso le diverse attestazioni presenti nei trattati latini cerca di comprendere il significato del sostan- tivo claucus, presente in Vegezio, del- l’aggettivo misera e dell’espressione

  RTOLEVA

  V INCENZO O

  Un problema simile è affrontato da

  (pp. 141- 152) e che appare esclusivamente all’interno di tale testo. In queste condizioni, e te- nuto conto delle scarne spiegazioni normalmente offerte in materia di sintomi dagli autori latini tardo-anti- chi, diventa realmente complesso in- dividuare il reale significato del ter- mine, che in due occorrenze appare come un’escrescenza o un gonfiore e in un’altra definisce la patologia che genera tali manifestazioni. Gli autori osservano anche in questo caso che il termine non viene spiegato ulte- riormente perché, molto probabil- mente, di circolazione quotidiana. Il confronto con l’evoluzione roman- sione del testo, poiché non esistono esiti romanzi immediatamente rico- noscibili di tale tecnicismo. A diffe- renza di precedenti tentativi etimo- logici, che, come è noto, possono essere for temente fuor vianti, la metodologia applicata dagli autori alla soluzione di questo problema appare ben fondata: istaurato un pa- rallelismo con la terminologia medi- ca “umana” in lingua greca, è possi- bile riconoscere un antecedente me- dico di questo termine veterinario. Analizzando l’evoluzione nel tempo dei termini appartenenti all’ambito semantico della draconatio, si nota una tendenza all’evoluzione verso un si- gnificato, sempre più aspecifico, di “ulcera” o “gonfiore” e l’esistenza di forme alternative al tecnicismo nel- la forma del più diffuso, in ambito romanzo, dracunculus, che a sua volta aveva perso ogni legame con l’origi- naria malattia da esso indicata, va- lendo, genericamente, per ogni for- ma di affezione cutanea.

  ESSINA

  M

  e F

  Recensioni

  AMICO

  D

  DRIANA

  saggio di A

  natio, il cui uso all’interno della Mulomedicina Chironis è oggetto del

  Nel caso appena riportato, però, è quanto meno facilmente identi- ficabile quale sia il significato del ter- mine, poiché si limita la scelta a due, se non a tre, possibili referenti. Più complicato è il discernimento del valore di un vocabolo quale draco-

  nell’altro caso, il suo uso sia erroneo e legato alla magia popolare, pur es- sendo necessario utilizzarlo in assen- za di un omologo più preciso. Nono- stante la decisa presa di posizione di Aristotele, che influenza, ad esempio, Plinio ed Eliano, non tutte le occor- renze di hippomanes sono riferibili alle escrescenze dei puledri, come dimo- stra chiaramente Virgilio, che usa il termine nell’altro significato, forse perché indotto sia dalla conoscenza del testo aristotelico, sia dall’ambien- tazione pastorale, più portata a un uso linguistico “magico” che “scientifico”.

  • RICO
produrre qualcosa di diverso dalla zoppia, e il rimedio proposto. Se il confronto con altre opere in cui sono attestati l’espressione pedem planum

  ponere

  e l’aggettivo miser permette di individuare il loro significato, non altrettanto semplice è risolvere la questione del significato del sostan- tivo claucus. Il termine, infatti, potreb- be essere inteso sia come “suola”, sia come “chiodo”, sia come “ferro da cavallo”, una evidente difficoltà, vi- sto che, come spiega esaurientemen- te S

  TRAVROS

  L

  AZARIS

  (pp. 259-291) nel suo intervento dedicato espres- samente alla ferratura del cavallo, è difficile ammettere che nei testi lati- ni esista un riferimento a una tale pratica. Ortoleva risolve la questio- ne, oltre che attraverso i consueti mezzi della filologia e dell’archeolo- gia, con il ricorso alla veterinaria moderna, che in effetti ha mantenu- to, in taluni casi, il suggerimento di calzare la zampa sana di un animale che presenta una zampa dolorante, e dunque a rischio di atrofia, con uno strumento che obblighi l’animale a far lavorare l’arto dolente. I testi antichi e alcuni scavi archeologici, in effetti, mostrano il ritrovamento di tali strumenti, noti come ipposandali, che potevano avere funzione medi- ca o estetica. Il termine ipposandalo, però, è invenzione moderna, attesta- to in antico più diffusamente come

  solea ferrea , che è esattamente il modo

  in cui esso compare nella Mulo-

  medicina Chironis in luogo del termine claucus adoperato da Vegezio: proba-

  bilmente, Vegezio si ser ve di un tecnicismo più moderno rispetto al- Gli ipposandali sono ben diversi, come spiega Lazaris, dai ferri da ca- vallo in quanto non solidamente at- taccati allo zoccolo dell’animale: pro- prio questo decisivo elemento con- sente a Lazaris di sostenere che la data di introduzione della ferratura del cavallo, quanto meno da guerra, vada anticipata rispetto alla tradizio- nale datazione. La prima indicazio- ne di strumenti attaccati allo zocco- lo del cavallo nel corso di una batta- glia sarebbe attestata in un documen- to bizantino anteriore al IX secolo, che rappresenterebbe un terminus ante

  quem : sebbene il termine adoperato

  dall’anonimo autore non assicuri che si stia parlando proprio di ferratura, Lazaris ricorda che nel corso di una battaglia, in cui il cavallo si muove in maniera rapida e violenta, uno strumento che si stacchi facilmente dallo zoccolo non solo non è utile, ma è anche potenzialmente dannoso per cavallo e cavaliere. L’autore, ser- vendosi di dati letterari, archeologici, ma anche mostrando una buona co- noscenza della fisiologia dell’anima- le e delle circostanze che possono aver reso necessaria questa decisiva innovazione, ipotizza un’origine oc- cidentale della ferratura, in quelle aree dell’impero in cui gli zoccoli dei cavalli erano maggiormente a rischio a causa delle condizioni ambientali connaturate al territorio, origine che alcuni ritrovamenti archeologici po- trebbero supportare. Solo successi- vamente, come dimostra il dato let- terario bizantino, questa innovazio- ne sarebbe stata adottata nell’area orientale dell’impero, in cui gli zoc-

  Recensioni

  suoli inadatti, ma in cui la cavalleria era duramente messa a prova da stru- menti di guerra che provocavano danni dolorosi agli animali. Da qui la necessità dello sviluppo di una ferratura, una vera suola di ferro, che coprisse l’intera superficie dello zoc- colo, con un piccolo foro centrale dovuto al necessario contenimento dell’umidità.

  Come mostrano gli articoli di Ortoleva e di Lazaris, ma anche il sopracitato contributo di Leone con- cernente l’evoluzione del morso, lo studio della veterinaria antica e me- dievale presuppone non solo compe- tenze archeologiche e filologiche, che sono assolutamente fondamentali, vi- sta, da un lato, l’assenza di testi di riferimento e, dall’altro, l’incuria della tradizione: talora, infatti, solo il ri- corso a nozioni di veterinaria moder- na può spiegare le difficoltà dei testi considerati. Il contributo di Leone è particolarmente significativo a que- sto riguardo, in quanto mostra come, attraverso la comparazione del dato archeologico con il dato moderno, sia possibile comprendere quale fosse l’utilizzo e la considerazione del ca- vallo nel mondo medio-orientale e greco.

  La multidisciplinarietà, dunque, sembra essere la chiave di volta per un accesso approfondito al comples- so mondo veterinario, che può esse- re d’aiuto, come giustamente nota Còzar, sia a un pubblico affascinato dagli aspetti scientifici e veterinari delle opere, quanto agli studiosi di storia delle varie lingue interessate alla tradizione di questi testi. Leone aggiunge che, se i trattati antichi di equitazione possono risultare oscuri a chi non conosca bene la materia, il ricorso a un team di specialisti della scienza veterinaria moderna può aprire la strada a una corretta inter- pretazione del rapporto tra uomo e cavallo nell’antichità. Il volume pro- posto ben evidenzia e amalgama que- sti aspetti, come dimostrano anche le ottime ed utili illustrazioni a margine di alcuni tra i contributi più tecnici.

  Solo poche osservazioni critiche, marginali, possono essere avanzate sull’opera nel suo complesso, tenen- do conto dell’eccezionale valore di un prodotto che si potrebbe definire quasi unico nel suo genere: l’organiz- zazione del materiale rende difficil- mente fruibile il testo al non-specia- lista, poiché i contributi più generali, che aiuterebbero a prendere confi- denza con la materia, avrebbero po- tuto essere inseriti in apertura al vo- lume; l’articolo di Lazaris, forse, avrebbe trovato più opportuna col- locazione nella sezione archeologica che in quella medievale, rispetto alla quale appare sostanzialmente estra- neo. Infine, pur in considerazione della difficoltà di una tale operazio- ne, sarebbe forse stato utile confe- zionare un indice, quanto meno de- gli autori trattati: i riferimenti ad essi sono spesso presenti in diversi con- tributi e, quindi, risulta difficile farsi un’idea unitaria delle loro specifiche conoscenze e competenze.

  C

  HIARA

  C

  ROSIGNANI